Il paradosso del mattone italiano: un buon progetto vale di più, ma l'architettura è trattata come un lusso per pochi

Uno studio attento dello spazio fa crescere il valore dell’immobile e accorcia i tempi di vendita, eppure in Italia la progettazione viene considerata un costo inutile. I dati internazionali e l'allarme dei professionisti: «Senza architettura le nostre città si svalutano»

di Paolo Moressoni - 21/09/2026

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In Italia contiamo oltre 153 mila architetti iscritti all’Albo: circa un quarto degli architetti censiti dall’ACE in trenta Paesi europei. Con una densità di 2,5 professionisti ogni mille residenti — contro una media europea ferma a 1 — vantiamo un primato continentale assoluto. Sulla carta, con questi numeri, dovremmo vivere nella culla dell'armonia urbana; nei fatti, quell'esercito di laureati passa le giornate a districarsi tra SCIA, conformità catastali, sanatorie e cavilli burocratici.

A scattare la radiografia di questa allarmante retrocessione sociale sono i dati della consultazione "Cantiere Architettura", promossa in Umbria su base volontaria: nel confronto quotidiano con committenti privati e Pubblica Amministrazione, la maggioranza dei professionisti che vi hanno risposto denuncia di essere stata declassata al ruolo di semplice «disegnatore» o di «burocrate» incaricato di timbrare pratiche edilizie. La reale centralità tecnica, decisionale ed economica del progetto è stata dirottata altrove.

Il mercato ha così generato un paradosso speculare: l'architetto è considerato insostituibile solo per gli interventi sul patrimonio storico vincolato, imposti dalla Soprintendenza, o per la «committenza di fascia alta». Se il cliente è un fondo d'investimento internazionale o una famiglia facoltosa che cerca un'opera-simbolo e ha un budget illimitato, l'architettura si compra. Per tutto il resto — la casa della classe media, il condominio suburbano, la scuola di provincia — il progetto spaziale è stato liquidato, percepito come un costo inutile da tagliare e comprimere.

L'ossessione per il prezzo e il "Design Premium" ignorato

C’è una strana miopia che attraversa il nostro Paese: siamo ossessionati dal prezzo al metro quadro, ma quasi mai dal valore di ciò che quel metro quadro racchiude. Abbiamo convinto le persone che un edificio sia solo la somma contabile di mattoni, solai e impianti, dimenticando che la luce naturale, le proporzioni, la ventilazione e l’ergonomia cambiano radicalmente il modo in cui viviamo.

Eppure, i numeri macroeconomici internazionali dicono l'opposto. I report del settore immobiliare di RICS, Knight Frank e gli studi storici del CABE britannico descrivono da anni il cosiddetto «Design Premium»: un edificio concepito con un'autentica cura architettonica spunta sul mercato un maggior valore commerciale rispetto all'edilizia seriale, registra tempi di compravendita più brevi e abbatte i costi di gestione e manutenzione lungo l'intero ciclo di vita.

In Europa, secondo i dati dell'ACE (Architects' Council of Europe), il mercato dei servizi di architettura genera circa 26 miliardi di euro di fatturato l'anno, trainato da nazioni che considerano la qualità progettuale un asset strategico per la competitività economica e la coesione sociale. Perché allora l'Italia viaggia contromano, preferendo l'edilizia seriale e lasciando la trasformazione delle nostre città in balia del massimo ribasso e della rendita fondiaria?

L’Europa e la valorizzazione dell’Architettura

La risposta a questa deriva risiede in un colpevole vuoto legislativo: l'Italia è tra i pochi Paesi europei a non avere ancora approvato una Legge Nazionale per l'Architettura. Da noi la disciplina dello spazio costruito è stata degradata a mera appendice del Codice degli Appalti — che pure esclude il minor prezzo per i servizi di architettura sopra i 140 mila euro, ma continua a trattare il pensiero progettuale alla stregua di una fornitura di bulloni o di cancelleria — e a una giungla burocratica di norme risalenti agli anni Venti del secolo scorso che non tutelano le specifiche competenze del progetto.

Basterebbe guardare oltreconfine per capire l'anomalia nostrana:

  • In Spagna, la Ley de Ordenación de la Edificación e la recentissima Ley de Calidad de la Arquitectura blindano la progettazione residenziale e pubblica come «bene di interesse generale», vincolando gli affidamenti dei servizi di architettura al merito qualitativo ed escludendo il prezzo come unico criterio di aggiudicazione.
  • In Francia, la storica Loi sur l’architecture sancisce fin dal primo articolo che la qualità costruttiva «è di pubblico interesse», imponendo l'architetto per ogni permesso di costruire, con la sola esenzione dei privati che costruiscono per sé fino a 150 metri quadri.
  • In Germania, il titolo ad abilitare i progetti edilizi (Bauvorlageberechtigung) è riservato dalle leggi dei singoli Länder ad architetti e ingegneri iscritti alle rispettive Camere professionali, con limitate aperture ai maestri artigiani per i piccoli interventi.

Una battaglia di civiltà che il Consiglio Nazionale degli Architetti (CNAPPC) porta avanti da anni, chiedendo di recepire i principi della Dichiarazione europea di Davos sulla Baukultur (la cultura del costruire) attraverso un testo di legge organico, rimasto finora sulla carta: i disegni di legge AS 1112 e AS 1711 sono approdati all'esame del Senato, ma la politica continua ad assecondare la rendita fondiaria e la fretta dei cantieri senza visione.

Una professione proletarizzata: chi paga il conto?

Senza regole certe, il mercato italiano si è degradato. Lo certifica Inarcassa: mentre gli ingegneri viaggiano su un reddito medio di oltre 64.000 euro, gli architetti ristagnano sotto i 38.000 euro (redditi 2023). Il dramma si consuma per gli under 35, che restano ben al di sotto di queste medie, schiacciati da paghe da fame e finte Partite IVA.

Sul territorio, con il dilagare dell'appalto integrato, la qualità crolla drammaticamente: una quota rilevante degli architetti umbri (dato del sondaggio "Cantiere Architettura") denuncia la pessima fattura architettonica e urbana delle trasformazioni recenti, orfane di concorsi di idee e figlie della deregulation.

Ma chi paga il conto di questa "terra di nessuno"? Lo pagano le famiglie ordinarie, costrette ad acquistare case poco salubri, termicamente inefficienti, male orientate e destinate a svalutarsi sul mercato. Lo pagano le periferie, trasformate in dormitori grigi e senz'anima, che accumulano degrado sociale e generano costi milionari di gestione per i Comuni. E lo pagano le giovani generazioni di professionisti, tagliate fuori dai grandi incarichi e dai bandi pubblici che premiano inaccessibili requisiti di fatturato economico pregresso, invece di valutare il valore e il talento dell'idea progettuale.

Il pane quotidiano, non l'argenteria di famiglia

Alla fine, c’è un equivoco antico che continuiamo a trascinarci dietro: abbiamo scambiato la bellezza per un soprammobile costoso. Abbiamo confuso l'armonia con il superfluo, convincendoci che abitare in uno spazio ben disegnato sia un vezzo aristocratico, un capriccio da copertina patinata buono solo per chi ha il portafoglio gonfio.

Ci siamo rassegnati alla bruttezza con la stessa apatia con cui ci si abitua a una scarpa troppo stretta, dimenticando che l'altezza di un soffitto o di una stanza, il modo in cui la luce entra la mattina da una finestra e l'aria che respira uno spazio pubblico non sono capricci o formule contabili. Sono gli ingredienti invisibili, gli elementi materiali che determinano il nostro umore, la salute dei nostri figli, la serenità delle nostre giornate e la qualità della nostra convivenza.

C'è una bugia che il mercato edilizio racconta da decenni: che il cemento sia tutto uguale e che il buon disegno sia solo un maquillage estetico. I numeri dicono l'esatto opposto. Gli studi dell'University College London e della Commissione Britannica per l'Architettura (CABE) mostrano che gli edifici privi di cura progettuale deperiscono e diventano obsoleti molto prima del previsto, divorando in continue manutenzioni quanto si era finto di risparmiare in fase di cantiere. Al contrario, i luoghi in cui si investe su un'architettura rigorosa non si spopolano: resistono al degrado, vedono calare gli atti di vandalismo e creano quel senso di appartenenza che impedisce ai residenti di fuggire. Una casa ben progettata invecchia con grazia e mantiene il suo valore; una palazzina speculativa marcisce, svaluta il patrimonio delle famiglie e chiama a raccolta il degrado.

Abitare uno spazio ben pensato, arioso e funzionale non dovrebbe essere un lusso riservato a chi possiede conti in banca a sei zeri, ma un diritto primario di cittadinanza. La domanda che bussa alla porta e che interpella sindaci, consiglieri comunali, il Parlamento, le Regioni e i futuri vertici degli Ordini professionali fa appello a un elementare atto di coscienza: continueremo ad accettare che chiunque possa costruire il destino delle nostre città a colpi di burocrazia, cubature seriali e affidandoci al pallottoliere della speculazione?

Vogliamo continuare a considerare l’architettura come l'argenteria di famiglia da tirare fuori solo nei salotti buoni, o troveremo finalmente il coraggio e la maturità civile di varare una legge che la restituisca alle persone comuni, riconoscendo che uno spazio dignitoso e ben costruito è un bene comune garantito, il pane quotidiano del nostro vivere insieme?

In fondo, c’è un’alchimia segreta tra i muri che abitiamo e i sentimenti che proviamo camminando per strada. Un angolo buio e trascurato sembra quasi implorare una bomboletta spray o attirare la paura; uno spazio inondato di luce, disegnato con rispetto e garbo, disarma l’incuria prima ancora che arrivi una pattuglia.

I numeri dicono che dove c'è un disegno consapevole gli atti di vandalismo si riducono sensibilmente, ma il vero miracolo è tutto umano. Lo sanno bene a Favara, dove l'architettura ha sottratto vicoli diroccati allo spaccio per restituirli al passo leggero dei giovani e dell'arte; e lo sanno a Peccioli, dove l'audacia di innestare la bellezza contemporanea tra le colline toscane ha convinto i residenti che valeva la pena disfare le valigie e restare.

La proposta di Legge per l'Architettura sostenuta dal Consiglio Nazionale degli Architetti non è una rivendicazione corporativa per proteggere una categoria: è un atto d'accusa contro lo spreco e una chiamata alla responsabilità per il Parlamento e il Governo.

I borghi e le periferie non muoiono mai per un destino ineluttabile: si spengono semplicemente quando smettiamo di pensarli con cura. Perché la buona architettura non è una mano di vernice per compiacere i turisti, ma la forma più silenziosa ed efficace di sicurezza che una comunità possa darsi. Protegge senza fare rumore, scaccia il buio e, soprattutto, regala alle persone una ragione per sentirsi a casa.

I NUMERI DELL'INCHIESTA

  • Legge 38/1999 (Spagna - LOE): Riserva per legge agli architetti la competenza esclusiva per la progettazione di residenze, scuole, ospedali ed edifici socio-culturali, separando nettamente i ruoli con ingegneri e tecnici di cantiere.
  • Soglia 150 m² (Francia - Loi LCAP): Il limite dimensionale oltre il quale l'ordinamento francese impone ai privati che costruiscono per sé il timbro obbligatorio di un architetto abilitato per ottenere il permesso di costruire (permis de construire).
  • Design Premium: Il maggior valore commerciale e patrimoniale riconosciuto dal mercato a fabbricati curati da una progettazione architettonica specialistica (Dati RICS / Knight Frank).
  • 153.000: Gli architetti iscritti agli Ordini in Italia (circa il 26% del totale europeo), a fronte di un reddito medio inferiore a 38.000 € annui (redditi 2023) (Dati CNAPPC / ACE / Inarcassa).
  • Dichiarazione di Davos & Proposta CNAPPC: Il quadro europeo sulla Baukultur a cui si ispira la proposta di Legge Nazionale sull'Architettura promossa dal CNAPPC, finalizzata a rendere obbligatorio il concorso di progettazione a due gradi ed eliminare il massimo ribasso sui servizi intellettuali.
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