Manovra 2026 e compensi professionali: per il CNPI si rischia compressione dei diritti

La Legge di Bilancio 2026 estende il blocco dei pagamenti ai compensi professionali sotto i 5.000 euro in caso di debiti erariali. Il CNPI segnala criticità lavoro, uguaglianza e patrocinio a spese dello Stato

di Redazione tecnica - 23/12/2025

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La Legge di Bilancio 2026 si avvia all’esame del Senato portandosi dietro, allo stato attuale, l’introduzione del nuovo comma 1-ter all’art. 48-bis del d.P.R. n. 602/1973. Una disposizione che incide direttamente sui professionisti, estendendo il meccanismo di verifica dell’inadempienza fiscale e di pagamento sostitutivo anche ai compensi di importo fino a 5.000 euro, inclusi quelli relativi alle attività svolte nell’ambito del patrocinio a spese dello Stato.

Una misura che, pur muovendo dall’obiettivo di rafforzare l’efficacia della riscossione, rischia di produrre effetti tutt’altro che marginali sul piano della tutela del lavoro professionale.

Se la norma dovesse essere confermata nel testo definitivo, la sua applicazione scatterebbe a partire dal 15 giugno 2026. Ed è proprio sulle conseguenze concrete della disposizione che si è espresso il Consiglio Nazionale dei Periti Industriali, richiamando l’attenzione sulla natura stessa del compenso professionale.

Compensi professionali e debiti fiscali: la posizione del CNPI

Come ha evidenziato il Presidente Giovanni Esposito, «Il compenso professionale non rappresenta una mera disponibilità finanziaria, ma il corrispettivo di una prestazione già resa ed è spesso l’unica fonte di sostentamento del professionista e della sua famiglia».

L’intercettazione automatica del compenso a soddisfazione del credito erariale rischia quindi di incidere direttamente sul diritto al lavoro, senza alcuna soglia di salvaguardia paragonabile a quelle previste per il lavoro dipendente.

L’assenza di meccanismi di tutela per i compensi professionali di importo contenuto introduce, secondo il CNPI, una disparità di trattamento che solleva interrogativi seri sul rispetto dei principi costituzionali.

Si tratta, come sottolinea Esposito, di una scelta difficilmente conciliabile con il principio di uguaglianza e destinata a colpire in modo selettivo proprio i professionisti più esposti dal punto di vista economico, accentuando un effetto chiaramente regressivo.

Non vengono infatti colpite rendite o grandi flussi economici, ma prestazioni professionali spesso frammentate, discontinue e già sottoposte a ritardi nei pagamenti, con potenziali profili di contrasto anche con l’articolo 36 della Costituzione.

Il nodo critico del patrocinio a spese dello Stato

Ancora più delicata è l’applicazione della norma ai compensi derivanti dal patrocinio a spese dello Stato. In questo ambito, il professionista non svolge soltanto un’attività economica, ma concorre direttamente all’attuazione di un diritto fondamentale.

Il rischio concreto, spiega Esposito, è che il blocco automatico dei compensi finisca per scoraggiare l’assunzione degli incarichi, compromettendo l’effettività del servizio e, di riflesso, il diritto di difesa garantito dall’articolo 24 della Costituzione.

Da qui l’auspicio per un ripensamento della disposizione «alla luce dei principi costituzionali, affinché il rafforzamento della legalità fiscale non avvenga a scapito del lavoro professionale e della sua funzione pubblica», conclude.

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