Il nuovo Codice delle Costruzioni incassa il sostegno del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, ma il via libera non è incondizionato. Dal confronto istituzionale emerge una posizione chiara: la riforma è necessaria, ma alcuni nodi tecnici devono essere sciolti per evitare effetti distorsivi sul sistema edilizio e urbanistico.
A confermarlo è il Presidente del CNI, Angelo Domenico Perrini, intervenuto nel corso del convegno alla Camera dedicato al disegno di legge delega. Il Testo Unico dell’Edilizia, dopo oltre vent’anni e numerosi interventi puntuali, non è più in grado di rispondere alle sfide attuali.
"Non basta più una revisione: serve un Codice integralmente nuovo”, ha affermato, sottolineando la necessità di uno strumento legislativo capace di accompagnare obiettivi ormai imprescindibili: rigenerazione urbana, sostenibilità ambientale, riduzione del consumo di suolo e sicurezza del patrimonio costruito.
Un nuovo Codice al posto del Testo Unico Edilizia
L’impostazione della riforma viene giudicata positivamente. Il passaggio da una logica di stratificazione normativa a una di sostituzione organica rappresenta, infatti, un cambio di paradigma atteso da tempo.
In questo quadro, il CNI rivendica anche il proprio contributo tecnico alla fase istruttoria. Nel testo del ddl delega risultano infatti recepite tutte e tre le priorità indicate durante la consultazione: la responsabilità professionale non solidale e limitata nel tempo, la previsione del fascicolo digitale del fabbricato con anagrafe delle costruzioni e la centralità delle Norme Tecniche per le Costruzioni. Un segnale, secondo Perrini, che “quando il dialogo istituzionale è reale, i risultati arrivano”.
Le criticità evidenziate dal CNI
Accanto agli elementi di condivisione, emergono però alcune criticità rilevanti.
La prima riguarda lo stato legittimo degli immobili. Il disegno di legge attribuisce al professionista l’onere di asseverare la legittimità dei titoli edilizi pregressi, con responsabilità anche penale. Una previsione che, dal punto di vista tecnico, appare squilibrata: si chiede infatti al progettista di certificare una storia amministrativa spesso complessa e stratificata, su cui non ha avuto alcun controllo diretto. Il rischio è quello di trasferire impropriamente sul tecnico una responsabilità che dovrebbe rimanere in capo al proprietario e alla pubblica amministrazione.
Altro punto critico è la doppia conformità, soprattutto in ambito sismico. Il superamento di questo principio per le lievi difformità viene valutato positivamente, ma resta il vincolo per gli immobili in zona sismica, dove continua a essere richiesta la conformità sia alla normativa vigente al momento della realizzazione sia a quella attuale. Una rigidità che, nei fatti, potrebbe rendere impraticabile la sanatoria edilizia per una quota significativa del patrimonio, ostacolando proprio quegli interventi di regolarizzazione e messa in sicurezza che la riforma dovrebbe favorire.
Infine, resta critico il rapporto con la pianificazione urbanistica. L’apertura a interventi anche in assenza di strumenti attuativi e la possibilità di derogare alle destinazioni d’uso pianificate sollevano più di una perplessità. Il governo del territorio richiede una visione complessiva: senza un quadro coerente, il rischio è quello di interventi frammentati e privi di coordinamento, con effetti negativi sulla qualità urbana.
Da qui la necessità, evidenziata dal CNI, di una riforma della legge urbanistica nazionale, orientata non più all’espansione ma alla rigenerazione urbana, alla prossimità dei servizi, alla sostenibilità e all’inclusione sociale.
Decreti attuativi e ruolo delle professioni
“La legge delega - ha sottilneato Perrini - è un punto di partenza, non di arrivo: la qualità della riforma si misurerà sui decreti legislativi attuativi”, che tradurranno i principi in norme operative.
Proprio per questo il Presidente ha ribadito la necessità di un coinvolgimento strutturato delle professioni tecniche nella redazione del nuovo Codice, indicando nella fase attuativa il vero banco di prova della riforma.
“I Consigli Nazionali delle professioni tecniche si rendono disponibili ad avviare un tavolo di lavoro permanente per la stesura del nuovo testo normativo. Il Consiglio Nazionale degli Ingegneri è pronto a fare la propria parte, con competenza e spirito costruttivo”, ha concluso.