Contare senza accorgersene: un ingegnere mette in musica l’automatismo delle regole

Dagli articoli tecnici al rock d’autore: tre brani di un album per raccontare norme, dogma scientifico e torpore collettivo

di Pietro Francesco Nicolai - 19/10/2026

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Contare senza accorgersene: un ingegnere mette in musica l’automatismo delle regole

«La musica è un esercizio nascosto di aritmetica fatto da un animo che non sa di contare». Lo scriveva Leibniz in una lettera a Goldbach, nel 1712. Chi lavora ogni giorno con norme, codici e procedure conosce il rischio opposto: contare, applicare, eseguire, senza più accorgersene. Abituarsi, fino a farne un automatismo: non chiedersi più a che cosa serva la regola e a quale realtà venga applicata.

Questo automatismo, che ogni tecnico professionista riconosce, è il filo che lega tre brani di «Sotto la Cenere», il mio album musicale di dieci canzoni in rock d’autore, uscito il 18 settembre e pubblicato come Pietro F Nicolai. Non è un caso: la mia professione mi ha stimolato a riflettere sulla società, oltre che sulla tecnica, e ho espresso queste riflessioni in musica. Per me le canzoni sono una forma diversa di comunicazione. Da qui nasce anche questo articolo, che non vuole essere una promozione del disco, ma un ulteriore gesto divulgativo, che si aggiunge a quelli che faccio abitualmente con gli articoli scritti e che trovano da tempo ospitalità su questo sito.

Si presenta in tre forme, ciascuna raccontata da un brano:

  • la dimensione collettiva, in «Sveglia Europa»: il continente che un apparato normativo invasivo e soffocante omologa e annichilisce;
  • la condizione personale, in «Sonnambuli»: l’uomo contemporaneo, che vive anestetizzato;
  • il rapporto con il sapere, in «Scientista»: la ricerca scientifica che diventa dogma.

In ciascun brano la musica è la traduzione scenica del testo, e tutto il suono è stato curato per dargli risalto. Per questo ho scelto il rock: per me era l’unica musica in grado di dare voce ai testi e ai messaggi che volevo trasmettere. Consente di passare dalla tensione trattenuta all’esplosione, dal riff pesante alla voce nuda: ciò che dovevo dire chiedeva insieme la forza di un grido, che sveglia, e la tenuta di un sussurro, che resta.

«Sveglia Europa» allarga lo sguardo alla dimensione collettiva. Da un’esortazione in latino, sospesa su un fondo di solennità antica, all’esplosione rock: un inno all’Europa dei popoli, contro l’omologazione che cancella lingue, volti e radici. Il sogno europeo, nato dalle macerie della guerra come «un’Europa di popoli liberi, ognuno col suo volto», si è rovesciato in una omologazione normativa rigida e capillare: «Una norma per ogni cosa, una misura per ogni vita». La risposta non è nostalgia, ma un’altra idea di unità: «non la somma che schiaccia, ma l’incontro che moltiplica».

«Sonnambuli» è il cuore dell’album, a metà del disco: l’uomo che vive addormentato pur restando in piedi. Il brano è cantato in italiano da una voce maschile bassa e graffiante, ed è attraversato da brevi inserti in inglese affidati a una voce femminile, morbida e ammaliante, che rappresenta la voce del sistema tecnologico anestetizzante: «Everything is available. Nothing is yours» (Tutto è disponibile. Niente è tuo); poi, con una progressione calcolata: «Please choose. All options are the same» (Scegli pure. Le opzioni sono tutte uguali); «Update yourself. The old version is not supported» (Aggiornati. La vecchia versione non è supportata).  È proprio quel tono ammaliante a inquietare, fino alla chiusura sussurrata come una cantilena che culla il sonno: «Do not wake up. Everything is fine. Sleep» (Non svegliarti. Va tutto bene. Dormi). L’immagine centrale è quella dell’uomo in una condizione simile a quella dei batteri, che il testo riassume così:

«Come batteri quieti nel tepore di un ventre,
scambiamo per firmamento la parete che ci chiude.
Piove un nutrimento dolce a orari già decisi,
e chiamiamo scelta nostra la corrente che ci porta»

«Sonnambuli» trova un’eco nel primo brano del disco, «Calibro Zero», che ne è il rovescio: lì l’uomo non dorme, se ne accorge. Sa di aver ceduto i propri dati («Ho spuntato accetto senza leggere niente»), sente un sistema che lo scandaglia e lo assorbe, e si ribella: «Non rientro nei conti!». È l’annichilimento dell’uomo, sempre più asservito ai sistemi tecnologici; ma una cosa il sistema non riesce a catturare, la coscienza, l’unico aspetto irriducibile: «un pezzo di ferro che non si converte».

«Scientista» è il brano che più si avvicina alla nostra professione. Il titolo non va frainteso: non è contro la scienza, ma contro lo scientismo, cioè l’atteggiamento di chi ha fatto della scienza un dogma e «confonde ciò che sa con tutto quello che si può sapere». Per chi, come noi, lavora ogni giorno con modelli di calcolo, parametri e coefficienti, il punto è familiare: un modello è uno strumento prezioso finché se ne conoscono i limiti, e diventa dogma quando si dimentica che è un modello, e come tale sempre implementabile e perfettibile. Così la scienza smette di essere tale quando preclude nuove possibilità, scambiando i limiti dei nostri sensi per i confini del reale. Rinuncia così a quello sforzo di elaborazione filosofica e di ricerca che va oltre e che ci porta a elevarci come specie umana.

Il brano è scandito da un countdown («Ten, nine, eight...»), come quello che precede un lancio spaziale, ma velocissimo: rappresenta la nostra regressione accelerata. Arriva a zero e il “razzo” non parte: la corsa non porta da nessuna parte, e rimane solo da chiedersi dove stiamo andando. Poi il conto riparte in avanti, «One, two, three...», di nuovo in accelerazione: è l’urgenza di un’inversione di direzione, di ritornare a ciò che ci rende umani, a un sapere di socratica memoria. Lungo il percorso passano Pitagora, Plotino e Giordano Bruno, bruciato per aver guardato troppo in alto; e al centro sta il bridge, nel solco di Socrate: «cercare senza premio, sapere di non sapere, è la sola scienza degna».

Un’apparente contraddizione, e la risposta

C’è un’obiezione legittima, e conviene affrontarla subito: nel disco analizzo gli algoritmi e metto in guardia dai loro eccessi, come da una scienza trasformata in dogma; eppure, per realizzarlo, ho usato l’intelligenza artificiale. Premetto però che i testi li ho scritti io, di mio pugno, dalla prima all’ultima parola, e sono regolarmente depositati a tutela del diritto d’autore.

L’ho fatto, e credo sia coerente con ciò che siamo abituati a fare noi ingegneri: non possiamo ignorare lo sviluppo tecnologico. Ho quindi applicato alla musica la nostra attitudine professionale, utilizzando ciò che la tecnologia oggi mette a disposizione nella produzione musicale: strumenti e software che integrano l’intelligenza artificiale. Ciò che la tecnologia offre va prima analizzato, poi digerito, infine metabolizzato: non contrastando lo sviluppo, ma sperimentandolo e guidandolo, affinché la ricerca non si fermi e possa maturare in senso più umano, al servizio della collettività e anche del nostro lavoro. L’uomo deve sempre rimanere tale; lo strumento ci aiuta a elevarci là dove serve, come ricordo con il verso di Dante che dà il titolo a un altro brano del disco, «Non come bruti»: «Fatti non foste a viver come bruti».

Le ragioni, poi, sono pratiche, e lo dico con il massimo rispetto per la professione di musicista e per i professionisti e gli specialisti che operano nel campo musicale: una produzione tradizionale richiede tempi molto più lunghi di un’autoproduzione, e una catena di passaggi e di costi che non sono alla mia portata. Il mio progetto, però, ha richiesto comunque un tempo significativo di pensiero, progettazione, coordinamento e correlazione tra testi e suoni. La tecnologia ha permesso anche a me, che di professione non faccio il musicista, di tradurre in musica dei messaggi sociali, come un poeta o un narratore che oggi scrive al computer e non più con la penna d’oca e la pergamena: cambia lo strumento, non il gesto di chi ha qualcosa da dire; con la differenza che qui lo strumento dà forma anche al suono, e per questo le decisioni devono restare a chi lo guida. L’autoproduzione ha avuto anche un vantaggio: i testi sono rimasti esattamente come li avevo scritti, senza il rischio di rimaneggiamenti lungo tutte le fasi della produzione, dall’arrangiamento al brano compiuto.

Più che gli strumenti, mi sembra che conti il modo in cui si usano. La mia impressione, che non è una critica e nasce da un’osservazione senz’altro limitata della realtà, è che oggi l’ambiente musicale sia congestionato: tanta produzione, qualità spesso carente (soprattutto nei testi) e troppi attori nel processo di ideazione, che rischiano di snaturare ciò che l’autore vuole dire. La questione, allora, non è lo strumento ma chi decide: chi tiene il manico, per usare un’immagine che mi è cara. Nel mio caso, l’IA ha dato forma a tutto il suono, ma le decisioni sono rimaste mie:

  • la struttura di ogni brano (come si apre, dove sale, dove si rompe, come si chiude);
  • la direzione artistica: che cosa deve dire ogni brano e con quale carattere, tra genere, atmosfera, estensione e timbro delle voci;
  • la produzione, cioè l’orecchio critico che verifica se il risultato corrisponde all’intenzione;
  • la cura intorno al progetto: cover, booklet, distribuzione, promozione.

Del resto, dare forma a una canzone con gli strumenti di oggi non è come schiacciare un bottone. Da un’indicazione buttata lì esce qualcosa di generico, non la musica che si vuole ottenere. È un’idea da progettare, e da inseguire finché il suono non è quello voluto: per arrivare alle dieci canzoni ho gestito oltre mille versioni, generando, ascoltando, scartando, correggendo, rifacendo.

Contare, e accorgersene

Leibniz parlava di un animo che conta senza saperlo, e per la musica era un complimento. Fuori dalla musica, lo stesso meccanismo diventa automatismo: la norma applicata senza guardare chi la riceve, il sonno scambiato per scelta, il modello scambiato per verità. Si smette di vedere la regola proprio quando la si applica meglio. In «Scientista», non a caso, si conta: il conto alla rovescia arriva a zero, ci si accorge di dove si stava andando, e il conto riparte in avanti. Ho scritto questi tre brani non per dire che le norme e i modelli siano il nemico, ma per ricordare che il momento di accorgersi di contare è l’unico in cui si può ancora scegliere.

Il disco nel suo insieme

L’immagine che tiene insieme il disco è quella della cover: una Via Lattea di stelle e di polvere che sembra cenere; al centro, una brace che cova ancora accesa. Dalla scala del cosmo a quella dell’uomo, il fuoco non si spegne: resta nascosto, in attesa d’aria. Lo dice la nota d’autore del booklet: «C’è un fuoco che cova sotto la cenere, e questa musica serve a soffiarci sopra. Sotto la Cenere è rock d’autore in italiano, dove la chitarra ruvida non è solo suono: è pensiero civile e filosofico che rifiuta di tacere. Dieci brani, un viaggio dentro l’uomo di oggi: dall’individuo ridotto a dato dagli algoritmi al risveglio delle coscienze, dall’identità dei popoli alla conquista di sé», fino all’ultimo brano, «Sulla vetta», «dove il fuoco covato sotto la cenere trova aria e divampa».

Contare senza accorgersene: un ingegnere mette in musica l’automatismo delle regole

Gli altri sette brani completano il percorso del disco, che scende, tocca il punto più basso con «Sonnambuli» e poi risale:

  • «Calibro Zero»: la discesa inizia con l’uomo misurato, profilato, schedato;
  • «Equilibrio sporco»: continua con il greenwashing, ovvero il costo di un falso progresso che si dice sostenibile;
  • «Strumenti»: prosegue con l’uomo trattato come una merce, sfruttato nel lavoro e sfruttato nei consumi, ma con una dignità che resiste;
  • «L’ombra della pietra»: poi si risale, dall’identità e dal rapporto con il luogo da cui si viene, tra il restare e il partire, fino alla scoperta che non si può fuggire da ciò che ci ha formati;
  • «Non come bruti»: la risalita continua con l’appello dantesco di Ulisse a cercare virtù e conoscenza e a non spegnere il pensiero, anche a rischio di naufragare;
  • «Senza arte né parte»: prosegue con gli ignavi di oggi, chi rinuncia a scegliere e si accoda al corteo, fino all’invito ad alzare la testa e a spezzare il filo;
  • «Sulla vetta»: infine la cima, il punto da cui si osserva la realtà senza filtri e la coscienza trova la sua libertà; ci si arriva soltanto insieme.

Alle canzoni ho affidato questo intento: «Ci hanno insegnato a spegnerci in silenzio. Questo è il suono contrario». Chi vuole ascoltare i tre brani nel contesto dell’album «Sotto la Cenere», per scoprire il legame con gli altri sette, può farlo qui:

Ascolto sulle principali piattaforme di streaming

Album completo su YouTube

Pietro Francesco Nicolai

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