Principio del risultato: cosa cambia davvero nel Codice dei contratti
Il contributo di Fulvio Cortese pubblicato dalla Giustizia Amministrativa propone una lettura sistematica dell’art. 1 del D.Lgs. n. 36/2023, chiarendo il ruolo del principio tra discrezionalità, giurisprudenza e interpretazione del Codice
Dalla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e dalla successiva entrata in vigore, è stato subito evidente che una delle principali novità del D.Lgs. n. 36/2023 (Codice dei contratti) riguarda il tentativo di superare la frammentazione normativa che aveva caratterizzato il sistema delineato dal D.Lgs. n. 50/2016.
Diversamente dal quadro articolato del previgente Codice (D.Lgs. n. 50/2016), il nuovo impianto si è distinto per una struttura che integra, accanto all’articolato, un sistema di allegati regolamentari, costruito già in fase di elaborazione grazie al lavoro predisposto dal Consiglio di Stato.
Esiste, tuttavia, un’altra novità forse ancora più rilevante, collocata proprio nella parte iniziale del Codice, che riguarda l’introduzione dei principi generali destinati a orientare non solo l’attività delle stazioni appaltanti ma anche l’interpretazione e l’applicazione delle norme da parte della giustizia amministrativa.
È in questo contesto che si inserisce il contributo pubblicato sul sito della Giustizia Amministrativa a firma di Fulvio Cortese, dedicato all’art. 1 del D.Lgs. n. 36/2023, che propone una lettura del principio del risultato particolarmente interessante perché si colloca su un piano diverso rispetto ai commenti più immediati. Il lavoro, infatti, non si limita a ricostruire il contenuto della disposizione ma prova a comprenderne il significato all’interno dell’evoluzione del diritto amministrativo.
Il punto di partenza è chiaro e viene dichiarato senza ambiguità. Il principio del risultato non nasce dal nulla e non introduce un contenuto del tutto inedito, ma si inserisce in un percorso già tracciato dal principio di buon andamento di cui all’art. 97 della Costituzione e dai principi di efficienza, efficacia ed economicità. È lo stesso art. 1 del D.Lgs. n. 36/2023 a dirlo espressamente e Cortese costruisce la propria analisi proprio a partire da questo dato, evitando letture enfatiche o semplificate.
La struttura del contributo e il metodo utilizzato
Il contributo è costruito secondo un’impostazione articolata in due parti:
- nella prima viene ricostruito il quadro di riferimento partendo dal dato normativo, passando per i lavori preparatori e arrivando fino alle principali applicazioni giurisprudenziali, con un’analisi che consente di comprendere come il principio del risultato sia stato concepito e come stia iniziando a essere utilizzato;
- nella seconda il ragionamento si sposta su un piano più ampio, nel quale l’autore prova a interrogarsi sul significato complessivo della sua codificazione e sul ruolo che questo principio è destinato a svolgere all’interno del sistema.
Si tratta di una scelta metodologica che consente di tenere insieme tre livelli che spesso vengono affrontati separatamente:
- il dato positivo dell’art. 1 del Codice dei contratti;
- la Relazione illustrativa che accompagna il Codice;
- le prime letture della giustizia amministrativa.
Tre livelli che vengono ricondotti all’interno di un unico percorso interpretativo, evitando il rischio di considerarli come piani autonomi e scollegati tra loro.
Art. 1 e principio del risultato: come va letto nel sistema del Codice
Nel ricostruire il contenuto dell’art. 1, Cortese si sofferma su alcuni passaggi che risultano decisivi per comprendere la reale portata della disposizione.
Il principio del risultato viene innanzitutto qualificato come attuazione del buon andamento e quindi come declinazione di un principio costituzionale già presente nell’ordinamento. Allo stesso tempo, viene collegato agli obiettivi dell’Unione europea e all’interesse della collettività, con un richiamo che non ha solo valore formale ma evidenzia la dimensione sovranazionale che caratterizza oggi la disciplina dei contratti pubblici.
Particolarmente significativo è il modo in cui vengono letti i rapporti tra risultato, concorrenza e trasparenza. Questi ultimi non vengono messi in discussione, ma sono espressamente ricondotti a una funzione strumentale rispetto al risultato. La concorrenza diventa il mezzo attraverso cui ottenere il miglior esito possibile, mentre la trasparenza è orientata a garantire semplicità, celerità e piena verificabilità dell’azione amministrativa. Si tratta di una prospettiva già presente nel testo dell’art. 1, ma che il contributo riesce a mettere a fuoco con particolare chiarezza.
Non meno rilevante è il passaggio in cui il principio del risultato viene qualificato come criterio prioritario per l’esercizio della discrezionalità e per l’individuazione della regola del caso concreto. È proprio in questo punto che si coglie uno degli elementi più innovativi del Codice, perché il principio non resta sullo sfondo ma entra direttamente nel modo in cui l’amministrazione è chiamata ad assumere le proprie decisioni.
Il ruolo della Relazione illustrativa
Una parte centrale del contributo è dedicata alla Relazione illustrativa della Commissione che ha predisposto il Codice, alla quale Cortese attribuisce un valore che va ben oltre la semplice funzione esplicativa. Il documento viene infatti utilizzato come chiave di lettura dell’impostazione complessiva della riforma, offrendo indicazioni utili per comprendere la logica che sorregge l’intero impianto normativo.
Nella stessa Relazione emerge che il principio del risultato è stato concepito come interesse pubblico primario, pur nel necessario coordinamento con i principi di legalità, concorrenza e trasparenza, e come criterio guida in grado di orientare le scelte delle stazioni appaltanti e, di riflesso, anche il controllo esercitato dal giudice amministrativo. Si tratta di un principio che si colloca all’interno di un sistema più ampio e che contribuisce a rendere intellegibile il disegno unitario del Codice.
Allo stesso tempo, la Relazione precisa che il risultato non può essere inteso in modo astratto o indifferente rispetto alle regole. Non si tratta di perseguire un risultato qualsiasi, ma un risultato qualificato, capace di tenere insieme qualità, efficienza e rispetto dei principi di legalità, concorrenza e trasparenza.
Le prime applicazioni giurisprudenziali
Il contributo dedica spazio anche alle prime applicazioni della giurisprudenza amministrativa, mettendo in evidenza due profili che si sviluppano in parallelo.
Da un lato si registra una forte valorizzazione del principio del risultato, che viene frequentemente richiamato come criterio generale e come elemento capace di rafforzare le decisioni assunte. Dall’altro lato, però, si osserva che nella maggior parte dei casi tale richiamo non risulta realmente decisivo ai fini della soluzione delle controversie, le quali potrebbero essere risolte anche facendo leva su strumenti interpretativi già presenti nell’ordinamento.
È proprio questo equilibrio a rendere particolarmente interessante la lettura proposta da Cortese, perché evita di attribuire al principio un ruolo eccessivo e consente di coglierne la funzione effettiva, che non è quella di sostituire le regole ma di orientarne l’interpretazione.
Le osservazioni di Cortese: cosa cambia davvero
È nella seconda parte del contributo che Cortese sviluppa le riflessioni più interessanti, spostando il ragionamento su un piano più ampio e meno legato al dato normativo immediato.
Un primo profilo riguarda la dimensione culturale dell’amministrazione. Il principio del risultato viene letto come uno stimolo verso un modo di operare meno ancorato a logiche puramente formali e più orientato alla soluzione dei problemi. Non si tratta di un passaggio che può realizzarsi automaticamente per effetto della norma, ma di una direzione verso cui il legislatore sembra voler indirizzare l’intero sistema.
Allo stesso tempo, il contributo si sofferma sul rapporto con il diritto dell’Unione europea, evidenziando come il principio del risultato possa essere utilizzato anche come strumento per leggere e bilanciare gli input provenienti dal contesto sovranazionale. In questa prospettiva, il principio contribuisce a evitare applicazioni meccaniche delle regole e favorisce una maggiore capacità di adattamento dell’ordinamento interno.
Un ulteriore passaggio di particolare interesse è rappresentato dal parallelo con il principio di effettività della tutela giurisdizionale. In entrambi i casi ci si trova di fronte a principi che, se considerati isolatamente, possono apparire quasi scontati, ma che, una volta codificati, assumono una funzione ben più incisiva, diventando strumenti capaci di orientare l’interpretazione e l’evoluzione del sistema.
Infine, Cortese propone una lettura più ampia e, per certi versi, più impegnativa, qualificando il principio del risultato come un “epifenomeno”, vale a dire come il punto di emersione di trasformazioni più profonde che riguardano il modo in cui si costruisce il diritto amministrativo. In questa prospettiva, il Codice dei contratti non sarebbe soltanto una riforma settoriale, ma il riflesso di un cambiamento che investe il rapporto tra amministrazione, politica e giurisdizione.
Il significato del principio del risultato
La parte conclusiva del contributo prova a tirare le fila del percorso svolto e propone una lettura che si discosta da quella più immediata.
Il principio del risultato può essere inteso come una norma abilitante che consente all’amministrazione di modulare le proprie decisioni in funzione degli obiettivi da raggiungere e, allo stesso tempo, al giudice di esercitare un controllo più attento sulla ragionevolezza e sulla coerenza di tali decisioni. In questa prospettiva, il principio diventa una sorta di punto di raccordo tra amministrazione e giurisdizione, all’interno del quale prende forma la regola del caso.
Non si tratta, quindi, di un principio che sostituisce le regole o che consente di superarle, ma di un criterio che orienta il modo in cui esse vengono applicate, rafforzando la responsabilità delle amministrazioni e rendendo più incisivo il controllo giurisdizionale.
Una chiave di lettura utile anche per gli operatori
Pur mantenendo un taglio teorico, il contributo di Cortese si presta a essere letto anche in una prospettiva operativa.
Aiuta a evitare letture semplificate del principio del risultato, chiarendo che non si tratta di una scorciatoia e che non consente di aggirare le regole. Allo stesso tempo evidenzia che il principio non è neutro, ma incide sul modo in cui le amministrazioni esercitano la discrezionalità e sul modo in cui i giudici sono chiamati a valutarne le scelte.
È proprio questo equilibrio tra continuità e innovazione a rappresentare il dato più interessante. Il principio del risultato non modifica da solo il sistema, ma contribuisce a orientarlo, inserendosi in un quadro più ampio che riguarda il ruolo dell’amministrazione e della giurisdizione nel diritto pubblico contemporaneo.
Sono consentiti esclusivamente brevi estratti, citazioni e richiami ai contenuti pubblicati, purché accompagnati dall’espressa indicazione della fonte e dal relativo link all'articolo originale.