Tutti vogliono l'IA, ma il rischio ricade solo sulla tua firma: la grande ipocrisia delle professioni tecniche
Dal nuovo Regolamento UE sulle tecnologie intelligenti alle carenze nazionali: l'asimmetria di un sistema che automatizza i compiti ma isola il tecnico nell'onere della garanzia
"Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta". Con questa folgorante riflessione Paul Valéry — poeta, saggista e filosofo francese che dedicò gran parte della sua opera all'indagine del rapporto tra lo spirito umano e il progresso della tecnica — fotografava già nel secolo scorso lo smarrimento dell'uomo moderno di fronte all'accelerazione del cambiamento.
Per il professionista tecnico di oggi — ingegnere, architetto, geometra, perito — quella frase risuona con forza profetica. L'orizzonte della progettazione e della costruzione, un tempo fondato su calcoli deterministici e controllo umano, è stato bruscamente sostituito da uno scenario probabilistico: un domani in cui i sistemi di Intelligenza Artificiale (IA) elaborano soluzioni che possiamo usare, ma non sempre pienamente verificare — soprattutto nei casi limite, là dove l'errore cessa di essere un'astrazione e si traduce in conseguenze reali su persone, strutture e territorio.
L'asimmetria insostenibile
L'IA è diventata il nuovo feticcio del progresso tecnico, normativo e amministrativo. Dai Ministeri a ogni livello della Pubblica Amministrazione, il mantra è univoco: digitalizzare, automatizzare, innovare. Tuttavia, dietro la narrazione di un'efficienza salvifica si cela un'asimmetria giuridica e professionale oggi insostenibile: se i benefici dell'IA sono distribuiti su tutta la catena del valore, la responsabilità rimane un onere solitario del professionista tecnico.
Il quadro normativo è costituito dal Regolamento UE 2024/1689 (AI Act) e dalla Legge 23 settembre 2025, n. 132 (Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale) — la prima legge organica nazionale che regolamenta sviluppo, uso e responsabilità dell'IA in Italia. Insieme, questi due strumenti operano un sistematico isolamento del professionista. L'AI Act lo definisce "Deployer" — il responsabile della messa in servizio del sistema nel proprio contesto operativo — caricandolo di oneri di sorveglianza che la norma nazionale fatica a tradurre in tutele concrete, confermandolo come unico centro di imputazione per tecnologie i cui output non possono essere semplicemente controllati, ma solo faticosamente governati.
L'Art. 13 della Legge 132/2025 è l'emblema di questa distorsione: definendo l'IA come un puro strumento di supporto, il legislatore tenta di applicare per analogia le norme sulla responsabilità dei software tradizionali, ignorandone l'impatto reale. A differenza di questi ultimi — sequenze trasparenti di istruzioni — le reti neurali operano per approssimazioni statistiche, generando il paradosso della "scatola nera" (black box): il percorso dal dato di ingresso al risultato finale rimane opaco e inaccessibile alla deduzione umana. Chiedere al tecnico di validare un output di cui non è possibile ricostruire la catena causale significa esigere la certificazione di un atto di fede, non di un processo scientifico.
Il paradosso del rischio: tra impianto UE e inerzia nazionale
L'AI Act stabilisce una linea di demarcazione netta tra sistemi a basso impatto e sistemi "ad alto rischio" — tecnologie i cui output incidono direttamente sulla salute, sulla sicurezza delle persone e sull'integrità delle infrastrutture critiche. In ambito ingegneristico e architettonico, questa categoria comprende strumenti ormai inscindibili dalla pratica operativa: dalla modellazione strutturale e geotecnica alla gestione delle reti energetiche, dalla progettazione di impianti complessi alla diagnostica assistita di ponti e infrastrutture, fino alla simulazione energetica, alla valutazione del rischio sismico e all'analisi prestazionale del patrimonio costruito esistente.
Per questi sistemi, l'AI Act obbliga il professionista a garantire la pertinenza dei dati di input e a monitorare eventuali bias (pregiudizi statistici dei dati di addestramento) o derive (decadimento delle prestazioni nel tempo). Nel contesto nazionale, tuttavia, questo principio di cautela subisce una pericolosa torsione: la supervisione non viene recepita come un processo di filiera garantito da standard certi, ma come l'espediente giuridico per trasferire il rischio verso il basso. Il risultato è una vera antinomia funzionale: il professionista è costretto a impiegare strumenti classificati "pericolosi" dall'Europa in un vuoto normativo — assenza di protocolli di validazione degli output, di standard per la verifica dei dati di addestramento, di criteri certi per la supervisione umana nei processi decisionali assistiti — trasformando l'obbligo della supervisione in una condanna alla garanzia individuale illimitata.
La "colpa tecnologica" e le insidie dell'IA generativa
Il dibattito sulla responsabilità civile nell'era dell'IA è ormai un'urgenza professionale. Già nel White Paper on Artificial Intelligence della Commissione Europea (febbraio 2020) emergeva un dato sintomatico: il 43% delle imprese indicava l'incertezza normativa come il principale ostacolo all'adozione di sistemi avanzati. Per il singolo professionista — che impegna direttamente la propria firma e il proprio patrimonio — l'impatto assume proporzioni drammatiche.
Siamo di fronte alla nascita di un nuovo paradigma: la Colpa Tecnologica, una fattispecie di rischio che è al tempo stesso:
- invisibile — l'errore può annidarsi in dataset opachi o in euristiche probabilistiche non immediatamente percepibili;
- non quantificabile — per l'assenza di casistiche storiche e standard di validazione consolidati;
- difficilmente assicurabile — sebbene il mercato stia evolvendo verso coperture specifiche, esso fatica ancora a coprire sistematicamente il vizio tecnologico del sistema, limitandosi per lo più alla tradizionale negligenza umana.
A questo scenario si aggiungono le insidie dell'IA generativa — sistemi in grado di produrre autonomamente testi, immagini, calcoli e documenti. Sebbene utile per la sintesi documentale, essa introduce il rischio delle cosiddette "allucinazioni tecniche": output formalmente verosimili ma sostanzialmente falsi. A ciò si somma l'automation bias — la tendenza, documentata nella letteratura scientifica, a sovrastimare l'affidabilità dei sistemi automatizzati riducendo progressivamente il controllo critico — che espone il tecnico, sotto la pressione di tempi sempre più accelerati, al rischio di validare impulsivamente soluzioni non pienamente ponderate.
Il fallimento del sistema assicurativo e l'anacronismo della Pubblica Amministrazione
Il mercato assicurativo nazionale appare paralizzato. Le coperture attuali non distinguono tra l'errore umano e l'anomalia statistica intrinseca ai sistemi non deterministici: una miopia che si traduce nell'insidia dell'"uso improprio", clausola ricorrente nelle condizioni generali di polizza che permette all'assicuratore di eccepire l'imprudenza del tecnico a fronte di ogni output errato della macchina, ignorando la natura imperscrutabile del deep learning — l'apprendimento profondo alla base delle reti neurali più avanzate.
L'Art. 4 dell'AI Act introduce il concetto di "AI Literacy" — la capacità di comprendere il funzionamento, i limiti e i rischi dell'IA — come obbligo di formazione continua che ricade interamente sul tecnico, privo di qualsiasi corrispettivo nelle polizze RC professionali, le quali non riconoscono né valorizzano il livello di preparazione acquisito.
Sul versante della Pubblica Amministrazione, il quadro si fa più sconfortante. La PA italiana ha dimostrato, ancora una volta, di saper legiferare sull'innovazione senza prima prepararsi ad accoglierla: esige la digitalizzazione dei procedimenti e l'uso di modelli predittivi (Art. 14 L. 132/2025), nonché l'adozione del BIM (Building Information Modeling, la modellazione digitale integrata dell'edificio o dell'infrastruttura) — già disciplinata dal Codice dei Contratti Pubblici — ma omette sistematicamente di aggiornare i pilastri normativi che regolano l'agire professionale. I riferimenti quotidiani dei tecnici professionisti — per citarne alcuni: il Testo Unico dell'Edilizia, le Norme Tecniche per le Costruzioni, il Codice della Strada e il Codice dei Beni Culturali — restano tutti privi di qualsiasi protocollo di validazione per gli output digitali complessi. È come imporre l'obbligo del collaudo senza definire i criteri con cui effettuarlo.
Negli uffici tecnici, sia centrali che locali, funzionari spesso privi di formazione specifica si trovano a dover valutare elaborati prodotti con strumenti che non conoscono, applicando normative pensate per un mondo analogico. Il risultato è una burocrazia che oscilla tra il rifiuto aprioristico dell'innovazione e l'accettazione acritica di qualsiasi output digitale. In entrambi i casi, il costo ricade sul tecnico: chiamato a rispondere di scelte che l'amministrazione non è in grado di valutare autonomamente, ma che non esita ad attribuirgli in caso di errore. Questa stasi normativa strutturale trasforma il professionista nel terminale ultimo di ogni criticità — esposto al rischio di dover rispondere, in sede di contenzioso, di un'inefficienza di sistema che nessuno ha ancora avuto il coraggio di affrontare alla radice.
Un manifesto per l'innovazione sostenibile
La transizione digitale sta operando una redistribuzione asimmetrica dei vantaggi: genera risparmi per la PA e profitti per le imprese, ma produce un aumento esponenziale del rischio per chi firma. Per scongiurare la dissoluzione delle professioni tecniche è indispensabile rivendicare:
- Standard nazionali per la supervisione umana — trasformare un obbligo oggi vago in una procedura certa che protegga chi firma;
- Trasparenza dei dati (audit sui dataset) — senza accesso alle fonti di addestramento non può esserci validazione scientifica, solo un atto di fede;
- Responsabilità condivisa (AI Chain of Responsibility) — coinvolgere legalmente i produttori di software, applicando il principio della responsabilità del produttore;
- Assicurazioni specifiche per i rischi tecnologici — polizze che coprano bias algoritmici, allucinazioni del software ed errori statistici imprevedibili;
- Ordini professionali come organi di tutela attiva — garanti della formazione richiesta per legge e del ruolo professionale degli iscritti;
- Equo compenso adeguato ai nuovi rischi patrimoniali — tariffe che riflettano l'esposizione reale del tecnico che utilizza tecnologie complesse e intrinsecamente non deterministiche;
- Tutela della proprietà intellettuale e del dato tecnico — impedire che elaborati progettuali, relazioni tecniche, computi, perizie e qualsiasi altro prodotto dell'intelletto professionale — depositati su piattaforme cloud, sistemi BIM o portali della PA — vengano utilizzati come materia prima gratuita per addestrare modelli generativi: una forma di cannibalismo tecnologico che svaluta l'ingegno umano e impoverisce il patrimonio professionale collettivo.
L'eclissi dell'esperienza e il futuro della professione
La minaccia più silenziosa è una frattura generazionale senza precedenti. I nuovi professionisti, immessi nel mercato subito dopo la formazione, vengono privati del confronto con chi opera da tempo: senza questo passaggio di testimone si perde la capacità di metabolizzare il senso profondo del progettare e del costruire, smarrendo la percezione reale della responsabilità professionale. Il tecnico rischia così di essere ridotto a un semplice trainer dell'IA: non più formato per esercitare l'arte del progetto, ma per fornire il carburante — dati freschi — necessario a mantenere in vita il software altrui. Il controllo della progettazione viene ceduto a grandi società di capitali che, finanziando lo sviluppo tecnologico, operano una sistematica neutralizzazione delle responsabilità personali, schermando l'errore individuale dietro l'imperscrutabilità della potenza societaria.
Malgrado tutto, l'intelligenza artificiale non è l'antagonista: è una sfida che vibra di possibilità reali. Il vero problema è un'architettura istituzionale che pretende di abitare il domani senza aver prima curato le ferite della propria inerzia, lasciando il professionista in una solitudine decisionale ormai insostenibile. Senza una riforma capace di riequilibrare il legame tra la libertà d'impresa del fornitore di IA e le responsabilità professionali dei tecnici, l'intelligenza artificiale rischia di restare l'ennesimo velo steso su un vecchio e ingiusto adagio: "Se qualcosa va storto, la colpa è del tecnico."
La nostra sfida non è solo tecnica, ma etica: presidiare il confine sottile tra inferenza statistica e intuizione umana, tra l'efficienza della macchina e il rigore della coscienza professionale. Non siamo più soltanto i contabili della precisione: siamo i guardiani di una nuova e fragile complessità.
E allora, come ammoniva Paul Valéry, "il futuro non è più quello di una volta" — ma proprio nell'imprevedibile risiede ciò che nessun algoritmo potrà mai replicare: il peso morale di una firma e il valore di chi sceglie di abitare l'ignoto per custodire la sicurezza del mondo reale. Il futuro delle professioni tecniche non si decide nei data center, né si scrive nei parametri di un modello predittivo: si costruisce nella capacità di tenere insieme rigore scientifico e giudizio umano, velocità computazionale e coscienza della responsabilità. Il domani è un'equazione aperta — e la variabile che nessuna macchina potrà mai sostituire siamo noi: la nostra competenza, la nostra etica, la nostra firma sull'imprevedibile.
A cura di Pietro Francesco Nicolai
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